In questo articolo esploriamo l’utilità e l’efficacia del Neurofeedback per le persone che hanno una diagnosi di disturbo da iperattività e/o disattenzione nell’età adulta. Secondo questo approccio le persone imparano a controllare meglio ed in modo consapevole ed attivo i processi cognitivi, le emozioni o i comportamenti alla base delle manifestazioni del disturbo.
Introduzione generale
Il disturbo da deficit di attenzione con iperattività (ADHD) è un disturbo psicologico, che non riguarda solo i bambini ma anche gli adulti. La presenza di ADHD nell’età adulta non è necessariamente il frutto della sua persistenza dall’infanzia, in quanto una percentuale significativa di adulti non mostra una storia di questo disturbi in piccola età.
Si stima che l’ADHD riguardi circa il 2% delle persone adulte, le quali mostrano i seguenti sintomi caratteristici:
- Difficoltà nel prestare attenzione ai dettagli;
- Difficoltà nell’organizzazione dei compiti o attività giornaliere;
- Loquacità ed agitazione;
- Incapacità di rilassarsi;
- Distraibilità frequente;
- Dimenticanze ricorrenti;
- Disorganizzazione delle attività giornaliere.
Concetti chiave
E’ fondamentale tenere a mente che i sintomi legati all’attenzione o all’impulsività non sono di per sé ovviamente unici dell’ADHD, ma sono universali ed espressione della normale variabilità caratteriale. Dal punto di vista diagnostico non è sufficiente che una persona si senta distratta o impulsiva, bensì l’aspetto chiave è la rilevanza e la frequenza delle difficoltà o dei problemi che si verificano in più contesti di vita come nella vita quotidiana, nelle relazioni con il partner, con gli amici, parenti o colleghi di lavoro a causa della procrastinazione, dello scarso rendimento (es. lavorativo, universitario, sportivo) o dei comportamenti inappropriati o impulsivi.
La manifestazione di questo disturbo negli adulti appare abbastanza differente rispetto a quello dei bambini, nei quali assumono maggiore predominanza l’iperattività motoria e l’agitazione. Pertanto la manifestazione dell’ADHD appare diversa da quella infantile e la seconda non sfocia necessariamente nella prima.
Aspetti psicologici dell’ADHD
I soggetti adulti tendono a mostrare una sintomatologia più eterogena rispetto ai bambini, insieme ad una generale disregolazione delle emozioni e dei comportamenti. In particolare più di due casi su tre mostrano anche la presenza di altri disturbi psicologici come disturbi del tono dell’umore, disturbi d’ansia o di personalità oppure abuso di sostanze psicoattive. Le persone con ADHD mostrano minori capacità di inibizione comportamentale e di regolazione delle emozioni, oltre a maggiore difficoltà nelle attività richiedenti memoria, concentrazione prolungata e giudizio. In l’ADHD può essere considerato essenzialmente un disturbo cognitivo, in cui gioca un ruolo rilevante la disregolazione della memoria di lavoro, che racchiude un insieme di processi di mantenimento ed elaborazione delle informazioni durante lo svolgimento di qualsiasi compito. Tutto ciò può di conseguenza provocare ricadute sulla qualità delle relazioni affettive, sociali e sul lavoro, oltre che incrementare il rischio di incidenti.
Con il termine disregolazione emotiva si intende invece un processo alquanto complesso che la persona utilizza per modulare l’espressione delle emozioni nel modo più appropriato possibile al fine di conseguire gli obiettivi ritenuti utili utilizzando le strategie più appropriate. Diversi studi sull’ADHD hanno evidenziano un’alterazione in questo ambito mettendo in luce per esempio una maggiore tenenza alla soppressione dell’esperienza emotiva, alla ruminazione ed al distress emozionale prolungato. La minore regolazione della sfera emotiva, inoltre, può spiegare le frequenti difficoltà nel mantenere il senso di autostima e buone relazioni con gli altri.
Oltre alla disattenzione, iperattività o impulsività la disregolazione emotiva rappresenta un elemento da tenere in considerazione.
In aggiunta un possibile quadro di demotivazione e scarsa autostima legati alla difficoltà nell’affrontare i compiti può portare alla manifestazione di insonnia, irritabilità, tristezza o mancanza di piacere nello svolgimento delle attività di ogni giorno. In aggiunta coloro che soffrono anche di disturbi d’ansia tendono a manifestare i relativi sintomi ansiosi in modo più grave e precoce rispetto a coloro che, pur ansiosi, non hanno una diagnosi di ADHD. Senza tralasciare che l’utilizzo ripetuto di sostanze d’abuso, in primis nicotina , alcool, cannabis o altre droghe può essere dovuto alla mancata capacità di gestire l’impulsività, l’esperienza emotiva negativa o le difficoltà di addormentamento.
Evidenze neurofisiologiche
Coerentemente a ciò che riferiscono le persone con ADHD gli studi scientifici mostrano differenze nell’attività del lobo frontale cerebrale, il quale è coinvolto nella selezione dei comportamenti più appropriati rispetto al contesto, nell’attenzione e nella regolazione emozionale. In generale gli studi neuropsicologici mettono in risalto i circuiti neurali che collegano la corteccia prefrontale con altre regioni come lo striato, l’ippocampo, il talamo e l’amigdala attraverso cui avviene lo scambio di informazioni neurali riguardanti il controllo cognitivo, l’esperienza emotiva e la valutazione degli stimoli o delle interferenze esterne.
Neurofeedback: che cos’è?
Il Neurofeedback è una metodologia che sfrutta una strumentazione specifica per il trattamento di diverse problematiche di salute di natura psicologica e non. Si tratta di un approccio non farmacologico che ha dimostrato di essere valido ed efficace per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività. L’aspetto chiave del Neurofeedback è l’utilizzo in seduta dei segnali elettroencefalografici (EEG) dell’attività cerebrale, che viene rilevata in modo non invasivo attraverso un’apparecchiatura dedicata. Tutto ciò consente da un lato di effettuare una valutazione del profilo di attività cerebrale nel corso di diverse attività e dall’altro di aiutare la persona a modificare attivamente i propri neuropsicologici secondo la direzione più utile.
L’utilizzo di questi dati neurofisiologici permette al paziente, grazie al supporto dello specialista, di prendere innanzitutto consapevolezza dei propri sintomi e di come reagisce dal punto di vista emotivo, mentale, corporeo e comportamentale ai vari stimoli. Inoltre, all’interno di un percorso personalizzato si affrontano e gestiscono le specifiche difficoltà della persona per esempio attraverso training mirati al miglioramento della concentrazione o dei comportamenti automatici, alla regolazione delle emozioni provate o allo sviluppo di capacità metacognitive.
In aggiunta nel trattamento dell’ADHD risultano centrali gli approcci psicologici e sociali, che fanno riferimento per esempio alla gestione dello stile di vita e degli orari, della rabbia o impulsività, delle relazioni interpersonali, anche in relazione all’eccessivo uso di sostanze d’abuso come per esempio la marihuana, oppure di devices tecnologici (es. social network) che incidono negativamente su diverse capacita cognitive. Senza dimenticare che il Neurofeedback é privo degli effetti avversi degli eventuali psicofarmaci in uso.
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